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On Secularism: A Round Table
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Some Questions about Secularism
Paolo Flores D'Arcais


 Moderators: Noga Arikha, Gloria Origgi
  L’islam fondamentalista e teocratico è da tutti riconosciuto come la negazione della laicità, dell’autonomia della politica dalle confessioni religiose, a partire dalla quale sono nate le moderne democrazie liberali. A lungo ci si è illusi che l’attacco alla laicità venisse solo dall’«esterno» dell’Occidente, e facesse tutt’uno con un attacco alla civiltà occidentale, attacco di cui il terrorismo sarebbe la forma estrema. Ma non è più solo l’islam che sfida la visione laica della politica. Papa Ratzinger rovescia l’assunto storico della laicità, come formulato dalla scuola di Grozio, secondo cui nella sfera pubblica bisogna comportarsi “etsi Deus non daretur”, nel suo opposto: Benedetto XVI pretende che in una democrazia, se si vuole evitare il tracollo nel nichilismo, ogni cittadino, anche se agnostico, scettico, ateo, deve comportarsi “sicuti Deus daretur”. Deve cioè impegnarsi perché la legge si adegui ai precetti della “morale naturale”, che coincidono poi con quelli della morale della Chiesa Cattolica Apostolica Romana.

Del resto, negli Stati Uniti numerose congregazioni riformate, spesso di recente radicamento, espansione e aggressiva vitalità, pretendono la stessa cosa: che diventi reato perseguibile penalmente ciò che esse considerano peccato. Ed è lo stesso Presidente degli Stati Uniti che dichiara di ricevere per illuminazione religiosa, direttamente da Gesù, le direttive essenziali per le sue decisioni politiche. Questo rovesciamento della tradizione laica, questo ripudio del “etsi Deus non daretur”, non è dovuto anche alle ambiguità e incertezze con cui il principio di laicità è stato affermato sia in sede politica che in ambito culturale?

Solo in Francia e in Olanda, di fatto, a tale principio è stato dato seguito con sufficiente coerenza e rigore. E perfino in questi paesi viene oggi rimesso in discussione. Negli Stati Uniti, infatti, cioè nella democrazia più potente del mondo, laicità non ha mai voluto dire il dovere di tenere Dio fuori dalla sfera pubblica, dalla argomentazione politica. Anzi. I politici di ogni tendenza si sono sempre richiamati a Dio. E si è pensato (o forse ci si è illusi) che la molteplicità concorrenziale e individualistica delle chiese, che alimentava una religiosità diffusa e onnipervasivo (anche nel discorso politico) costituisse un baluardo contro pretese confessionali e dogmatiche.

Eppure, la laicità è la rigorosa neutralità dello Stato rispetto a ciascun cittadino (quale che sia la sua religione o la sua non-religione) in tutti gli aspetti della vita pubblica. Ma come è possibile tale neutralità, se nella decisione politica si ammette Dio come argomento? Una volta ammessa tale presenza, infatti, non si tratta solo dei noti problemi (e antinomie che ne derivano): quale Dio? chi ne sarà l’interprete autorizzato? come risolvere il conflitto tra diverse e incompatibili “volontà di Dio”? Anche se tali problemi fossero risolvibili, resterebbe la discriminazione nei confronti del cittadino non-credente, ridotto a cittadino di serie B.

Allora, forse non è un caso che, accettata la presenza dell’argomento-Dio nella sfera pubblica, anziché il perdurare e il rafforzarsi di un’autolimitazione delle pretese mondane delle diverse confessioni, si assista ad una nuova ondata di moralismi e dogmatismi confessionali che pretendono di diventare norma cogente erga omnes (i cittadini diversamente credenti e quelli non credenti), cioè legge dello Stato.

Se si rinuncia all’ «etsi Deus non daretur», se nella argomentazione pubblica viene legittimata l’irruzione della “volontà di Dio”, allora sarà un argomento che un Dio è contro l’aborto, ma anche che un Dio è a favore della poligamia, e un Dio esige la mutilazione sessuale delle bambine, e un Dio considera inammissibili le trasfusioni di sangue… Fino al Dio, come sappiamo, che impone la lapidazione delle adultere. Se si rinuncia all’ «etsi Deus non daretur» nella sfera pubblica, insomma, l’alternativa è solo una “sharia”, cristiana o islamica o ebraica o di qualsivoglia altra religione. Più o meno soft, ma legittimata in via di principio.

Allora, forse la coerenza “francese” sul velo e i simboli religiosi esclusi dalle scuole e dai luoghi pubblici non costituiscono una forma di estremismo e oltranzismo laicista (o addirittura di fondamentalismo laicista, come è stato detto), ma un giustificato richiamo a non utilizzare l’identità religiosa in contrapposizione alla comune identità di cittadini.

La contestazione di una idea rigorosa e intransigente di laicità non viene però solo dagli ambienti clericali e delle destre religiose. Un multiculturalismo che si dichiara progressista sta esercitando analogo attacco. Ma l’atteggiamento multiculturalista, che giustifica pratiche e credenze lesive dell’eguale dignità degli individui in nome della “appartenenza” ad una tradizione, è davvero “progressista”? Parafrasando Marx, si potrebbe ribadire che “una cultura può essere libera, senza che siano liberi coloro che vi appartengono”. In nome della libertà di una cultura, si possono negare i diritti e le libertà dei singoli che a tale cultura “appartengono”. Quando un bambino viene educato in una madrassa o in un “ghetto” fondamentalista di Gerusalemme, o in una chiusura autoreferenziale famiglia-scuola cristiana, chi è libero? Il multiculturalismo, insomma, premia gerarchia e conformismo del gruppo rispetto al dissenso dell’individuo. L’appartenenza è l’opposto dell’autonomia e dello spirito critico.

Del resto, in occasione del film di van Gogh, delle “vignette sataniche”, e di altri casi di attività culturali o giornalistiche considerate “offensive” dai fedeli del Profeta (e casi analoghi non sono mancati in passato anche per opere ritenute “blasfeme” dalla Chiesa cattolica e altri ambienti cristiani) molte voci, anche “a sinistra”, hanno assunto un atteggiamento di comprensione per le culture “offese”, anziché ribadire la più radicale condanna di ogni tentativo di censura.

Anche in ambito strettamente culturale l’atteggiamento laico si è fatto sempre più debole, difensivo, perfino remissivo. Proclamare la superiorità cognitiva dell’ateismo è ormai bollato come residuo positivistico-ottocentesco. Sembra quasi che sia l’ateo a doversi discolpare sotto il profilo filosofico dall’accusa di dogmatismo! La razionalità non si riduce, ovviamente, ai soli asserti accertati dalle scienze sperimentali. Ma non può pretendere alla razionalità ciò che sia in contraddizione con tali asserti, e con quanto da essi può essere per via logica estrapolato. Né può pretendere l’etichetta di razionalità una qualsiasi ipotesi che cada sotto i colpi del “rasoio di Occam”, che sia cioè superflua come spiegazione di fenomeni già altrimenti spiegati. Ciascuno è libero di credere oltre e al di là e perfino contro ciò che è razionalmente accertabile (scienza + logica), ma non di pretendere che questa sua fede sia anche ragione.

Ma il tentativo, costantemente rinnovato dalle più diverse tendenze filosofiche, di “dimostrare” i propri valori come iscritti nei fatti scientifici o nella “natura” (in barba alla più grande conquista filosofica moderna, la cosiddetta “legge di Hume”, per cui un “ought” non può mai essere derivato da un “is”), apre la strada ad infiniti surrogati delle religoni tradizionali, anziché ad una laicità del pensiero compiutamente anti-metafisica. E dunque al riconoscimento che, padroni e signori della norma (che non esiste in natura), siamo assolutamente responsabili nei confronti dei valori che scegliamo.

Una riscossa politica e culturale di laicità coerente e intransigente non è allora necessaria (anche se non sufficiente: restano i cruciali i problemi materiali dei cittadini) per contrastare la crisi delle democrazie in cui viviamo?

Open Some conclusions by the moderators (0 replies)
Gloria Origgi, Nov 20, 2007 13:17 UT
Open Last remarks and further questions (0 replies)
Paolo Flores D'Arcais, Nov 20, 2007 13:12 UT
Open Quelques remarques et observations en vrac (0 replies)
Marcel Gauchet, Nov 13, 2007 15:52 UT
Open The rights of children (1 reply)
Dan Sperber, Nov 6, 2007 17:51 UT
Open What do believers believe in? (1 reply)
Fernando Savater, Nov 3, 2007 20:39 UT
Open Really a different issue? (0 replies)
Roberta Monticelli, Oct 31, 2007 23:55 UT
Open Comments on the debate (0 replies)
Paolo Flores D'Arcais, Oct 31, 2007 15:05 UT
Open Is religious freedom special? (0 replies)
Dan Sperber, Oct 24, 2007 23:25 UT
Close The Party of Reason  
Thomas Nagel
Oct 21, 2007 10:10 UT

I may be wrong, but my guess is that all participants in this discussion are atheists – a rather comic situation, as Roberta di Monticelli suggests. But some of us are more dismissive of religious belief as such than others. I myself think that theism is no less reasonable than atheism, even though I have never been tempted by the former. I am talking about theism as a belief about what exists, not as a domain of evaluative ideals of the kind that Fernando Savater, citing Santayana, says religion should retreat to. The belief in God is widespread; it takes many different forms, and is the subject of strong disagreements. For many people, a belief about their relation to God is an important part of their lives. The question is how this should enter into our collective life.

Europe and its heirs managed to emerge from the wars of religion with a tradition of avoiding the worst kind of political conflict over religion. There isn’t one best way to do this, but, to answer Dan Dennett, the main reason to avoid the struggle is simple: given three choices – (1) avoid the fight; (2) fight and win; (3) fight and lose – (2) is only slightly better than (1), and (3) is much worse than both of them. This is still true, even though the stakes for us are not what they were in the sixteenth century. Dennett’s proposal for a mandatory national curriculum on religious education seems to me precisely the kind of escalation to avoid. On the other hand I’d favor much more freedom to teach and argue about religion in public schools than is now customary. (In the U.S. there are special constitutional obstacles.)

Different societies make different accommodations. To answer Dan Sperber’s question, the tax breaks for religious institutions in the U.S., notably the tax deductibility of contributions to them, are part of a general regime of allowing individuals to benefit their favorite charities at the expense of the government. The main injustice of this is that the rich, who are in higher tax brackets, get much bigger deductions than those with less, an inequality that benefits museums, opera houses, and universities rather than churches. But including religious institutions in the broader system of subsidizing private philanthropy through the tax system makes sense as a political bargain, given the importance of private giving rather than state support for lots of things in the U.S. It’s another case where decentralization has its advantages in a highly pluralistic society.

Dennett, Flores d’Arcais, and Sam Harris, as I understand them, believe we should form a party of reason to capture the high ground of our common culture. I agree with Marcel Gauchet that this has nothing to do with the problems posed by Muslim fundamentalism. As he says, the renewal of conflicts over religion in the West is certainly connected with science and its imperial claims; the connection with the collapse of Marxism is more specific to Europe. But I believe that there is a great deal of intellectual space beyond scientism and Marxism, and that in our debates over the alternatives it is a mistake to identify the defense of reason with the resistance to religion. There is a lot we don’t know about reality, and theism should be acknowledged by atheists as an honorable position.

  3 replies to The Party of Reason:
    Open Reply to Tom Nagel
Sam Harris, Oct 30, 2007 4:00 UT
    Open Reply to Sam Harris
Thomas Nagel, Oct 28, 2007 22:41 UT
    Open Reply to Tom Nagel
Sam Harris, Oct 26, 2007 3:04 UT
Open On secularism (0 replies)
Fernando Savater, Oct 20, 2007 22:34 UT
Open God-talk and God-argument (0 replies)
Avishai Margalit, Oct 20, 2007 2:21 UT
Open What religion? (0 replies)
Roberta Monticelli, Oct 19, 2007 9:20 UT
Open Distinguer les questions (0 replies)
Marcel Gauchet, Oct 17, 2007 16:32 UT
Open Secularism and the Power of Conversation (0 replies)
Sam Harris, Oct 17, 2007 9:20 UT
Open But aren't we philosophers after all? Some new questions (0 replies)
Roberta Monticelli, Oct 14, 2007 10:29 UT
Open A mandatory curriculum on religious education (0 replies)
Daniel Dennett, Oct 13, 2007 10:25 UT
Open matters of fact (0 replies)
Dan Sperber, Oct 12, 2007 18:38 UT
Open Religious Nonalignment (0 replies)
Thomas Nagel, Oct 11, 2007 5:17 UT
 
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